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La “tendenza alla conferma” nell’era dei social media: come riconoscerla (e contrastarla)

  • mattiacioni
  • 22 apr 2022
  • Tempo di lettura: 4 min

Aggiornamento: 14 mag 2022

Il web 2.0 ha ingigantito una tendenza squisitamente umana: quella a cercare conferme alle proprie opinioni ignorando le posizioni antitetiche. Ma il ragionamento consapevole può contenere i rischi di questo fenomeno.


tendenza alla conferma era social media
La “tendenza alla conferma” nell’era dei social media
(Photo by ROBIN WORRALL on Unsplash)

Diversi studiosi ipotizzano che, negli ultimi anni, l’utilizzo dei social media abbia svolto un ruolo fondamentale nel polarizzare i punti di vista sulla politica, i cambiamenti climatici e la pandemia di Covid-19.


Se è vero infatti che i social network offrono agli utenti opportunità senza precedenti di interagire con opinioni diverse, è anche vero che i loro algoritmi di profilazione e personalizzazione dei contenuti favoriscono l’esposizione a informazioni che coincidono con la propria visione del mondo.


Questo fenomeno è alimentato da – e a sua volta alimenta – una tendenza alla conferma connaturata nell’essere umano, e che, in quanto tale, non è prerogativa del suo rapporto con la rete ma è sempre presente nel suo ragionamento.

La tendenza alla conferma è la tendenza a ricordare o a rilevare le informazioni che rispecchiano le nostre ipotesi ed aspettative e a non considerare quelle che vi si oppongono: la nostra mente si sente molto meglio quando ciò che impariamo corrisponde a ciò che già ci aspettavamo.

Tale meccanismo cognitivo automatico può essere utile quando dobbiamo prendere una decisione ma abbiamo poco tempo (per compiere le valutazioni nel complesso ambiente che ci circonda), e non porta necessariamente a conclusioni sbagliate. E del resto è ovvio che non si possa continuamente mettere in discussione le proprie “sicurezze” con controesempi.


Tuttavia, in molti casi la tendenza alla conferma può indurre a distorsioni di giudizio dette “bias”.

Se ad esempio una persona è convinta che i mancini siano più creativi dei destrimani, essa tenderà a notare ogni occasione in cui incontra una persona che è sia mancina sia creativa e a considerare questa come ulteriore prova della sua credenza, trascurando tutte le volte in cui incontra destrimani creativi. È evidente come un tale meccanismo, a cui nessuno è immune, possa aiutarci a spiegare la persistenza di fenomeni come i pregiudizi (che abbiamo sulle persone e le cose della vita).


Il metodo scientifico sperimentale ed il processo giudiziario sono sistemi creati dall’uomo proprio per prendere decisioni evitando di saltare alle conclusioni, come appunto si fa quando si asseconda la tendenza alla conferma (ed altri automatismi cognitivi potenzialmente fallaci).

In effetti per verificare un’ipotesi non ci si deve limitare a selezionare prove a suo sostegno, ma occorre anche controllare che siano false le evidenze che possono smentirla (applicare cioè una logica falsificazionista).

Ad esempio, quando il giudice arriva a pronunciare una sentenza di condanna egli non si è limitato a selezionare prove a favore dell’ipotesi di colpevolezza dell’imputato, ma ha anche preso in considerazione le prove compatibili con l’ipotesi di innocenza per poter confutare, oltre ogni ragionevole dubbio, quest’ultima.

Per comprendere meglio queste osservazioni propongo, in fondo a questo articolo, un interessante compito messo a punto dallo psicologo Peter Wason.


Come detto la tendenza alla conferma agisce in noi tanto nella realtà effettiva quanto in quella virtuale, anzi, in quest’ultima il suo effetto è amplificato, con i social network che risultano essere un terreno molto fertile per i bias di conferma: c’è chi si spinge a dire che il motivo principale del loro successo sia proprio il fatto che, in tali piattaforme, le persone sono sostanzialmente compiaciute e confermate nelle loro credenze.


Nel tempo, il bias di conferma e gli algoritmi che propongono contenuti personalizzati possono portare l’utente a ritrovarsi in una “camera d’eco”, vale a dire un ambiente virtuale in cui vengono sempre riverberate e rinforzate le stesse opinioni al di là della loro fondatezza, luogo ideale per la proliferazione di fake news costruite ad hoc (che infatti talvolta ottengono un grande seguito).

È un fatto che oggi, proprio mentre abbiamo accesso a quantità di informazioni senza precedenti grazie alle tecnologie digitali, le nostre società sembrino meno in grado di discernere ciò che è vero da ciò che è falso.

La buona notizia è che, sebbene la tendenza alla conferma faccia parte di tutti noi, riconoscerla può aiutarci a diminuirne l’influenza sul nostro pensiero, almeno quando formuliamo giudizi per prendere decisioni importanti. In questi casi, dovremmo fermarci a confrontare la nostra idea con altre ipotesi alternative, sforzarci di vedere la questione da altri punti di vista, insomma a mettere in discussione le nostre opinioni e coltivare una sana dose di dubbio ed autocritica. E ovviamente, soprattutto online, occorre cercare di informarsi da fonti attendibili e certe, condividendole solo se non abbiamo dubbi sulla loro veridicità.


Come anticipato ecco l’ormai ormai classico compito sperimentale ideato da Wason riguardo la tendenza alla conferma.

Anzitutto sono presentate 4 carte, ognuna delle quali ha una lettera stampata su un lato ed un numero sull’altro.

compito carte Wason conferma

Chi ce le sottopone dice che secondo lui “Se da un lato della carta c’è una vocale, dall’altro c’è necessariamente un numero pari.”

C’è però da controllare che tale idea sia vera, e viene pertanto chiesto di voltare le carte necessarie e sufficienti a farlo, ovvero «Quali carte basta girare per controllare se è vera la regola che “Se una carta ha una vocale su un lato, allora dall’altro lato ha un numero pari”?»

Chiedo al lettore di fermarsi nella lettura e provare a risolvere il quesito, di cui trova la soluzione sotto all’immagine.


tendenza alla conferma

La soluzione è indicare A e 7:

carta A: è necessario girarla per verificare che ci sia un numero pari dall’altra;

Carta D: non c’è bisogno di girarla in quanto la regola non dà indicazioni su cosa debba esserci dietro alle consonanti;

Carta 4: non c’è bisogno di girarla perché, se anche dietro ci fosse una consonante, ciò non violerebbe la regola (la quale afferma che dietro alle vocali c’è un numero pari, ma non dice che dietro ad una consonante debba esserci necessariamente un numero dispari);

Carta 7: bisogna girarla perché se dietro ci fosse una vocale la regola sarebbe falsa.


Statisticamente la maggior parte delle persone indica A e 4, e secondo Wason questi risultati mostrerebbero una palese predisposizione a verifica tramite conferma. In effetti è evidente come il nostro ragionamento cerchi la validità dell’ipotesi solo verificandola con esempi in positivo della stessa (girare A e 4), senza controllare anche che sia falsa l’ipotesi che può smentirla (girare la carta 7).

 
 
 

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